martedì 6 marzo 2012

Due altari sacrificali oggetto delle attenzioni dei Monaci Benedettini.



 Altari sacrificali
Una ulteriore testimonianza che evoca la sacralità del comprensorio che è stato  oggetto per  lungo tempo di indagini archeologiche di superfice,  proviene dalla scoperta di altri due altari sacrificali, 7 in totale , localizzati sulla cresta  della  dorsale che dal  mare conduce al monte Caggio all'interno di un panorama  di grande respiro scelto non a caso dai nostri lontani progenitori che vivendo immersi nella natura sapevano scernere i luoghi del sacro e del divino.

 Due  altari sacrificali gemelli  che presentano tracce di lavorazione tendente a snellirne le forme ricavati da due blocchi di arenaria quarzifera  uno dei quali si trova rovesciato mentre quello accanto si presenta in posizione  d'origine eretta contraddistinto sulla parte frontale da  due coppelle  con al centro una incisione cruciforme di cristianizzazione.  
Un manto di crtistianità che  si  è atorizzati a credere voluto dai   monaci benedettini che nel 1200 custodivano la vicina  cappella di S. Bernardo.  


Altare sacrificale con due coppelle e incisione cruciforme
Poco distante  dal luogo e presente un menhir e delle incisioni vulvari e cruciformi , reperti già descritti nell'articolo pubblicato   sul mio  blog.     
Nuove scoperte sul monte Caggio. Un'altro menhir, incisioni vulvari e cruciformi . 
                                  
                                  Andrea Eremita

giovedì 22 dicembre 2011

Vicende lontane legate alla scoperta di una necropoli di età romana imperiale in località Veonegi ( Isolabona ).


Sul finire degli anni ottanta ho avuto  il piacere di fare la conoscenza   del  signor Andrea  Cane originario  del comune di  Isolabona ma  residente in Francia , recentemente scomparso. Un grande appassionato di storia e archeologia autore di numerose publicazioni nella  rivista "Nice Historiche", organo ufficiale dell'accademia Nizzarda. Una persona che a futura memoria  la città di Beaulieu Sur Mer  dove viveva , gli ha voluto  intitolare  il museo archeologico.

Veonegi
Il  signor Cane venuto a conoscenza  che sulla scia del professor Lamboglia  e di Enzo Bernardini compivo ricerche archeologiche di superfice  sul territorio della Val Nervia, in occasione del nostro incontro,  mi  suggerì di  recarmi a Veonegi , località rubata alla vegetazione con importanti opere di terrazzamento  nel  comune di Isolabona  in Val Nervia , per cercare di  ottenere dai contadini  maggiori  informazioni circa  la scoperta avvenuta   durante i lavori di sbancamento del terreno  di una necropoli di età romana.  
In tale occasione il signor Cane mi consegnò  il numero di una rivista Ingauna Intemelia del 1937 in cui aveva   pubblicato  un   articolo  con la descrizione di una macina   in pietra  ad uso domestico di età romana , utile per ottenere farina da granaglie   che aveva  rinvenuto tra i filari di  un  vigneto a Veonegi  che oggi si trova  abbandonata  nei magazzini dell'Antiquarium di Ventimiglia..
 
Nell'articolo  la macina veniva descritta composta da due blocchi  scolpiti in pietra dura  del     diametro     di cm.40 che se sovrapposti conbaciavano perfettamente. L'interno  della  parte superiore  rotatoria si presentava  lavorato   a forma   concava  con  striature radiali   utili  per allopggiare i grani e facilitarne la frantumazione mentre la parte  fissa era descritta  a forma circolare convessa .
Al centro della parte girevole della macina  un apertura  a forma di  imbuto permetteva  l'inserimento delle granaglie  mentre il  movimento rotatorio  veniva  assicurato da una  leva   inserita dentro un foro rettangolare presente  sull'orlo.

Una  descizione  minuziosa della macina fatta dal signor Cane pubblicata  nella rivista  unitamente ai risultati di un esame petrografico efettuato dal   Museo di Storia Naturale di Nizza  dal quale  risultò che  una delle parti    del manufatto era stato ricavato  da  rocce  eruttive presenti  nell' Alta Savoia.

Una  macina manuale di uso domestico  per ottenere farina da granaglie che di norma  in età romana   era in anche in dotazione ad ogni contingente di venti uomini dell'esercito e  a bordo delle  navi  rimasta in uso fino al tardo  Medioevo  e ancora oggi utilizzata in molte zone rurali del Nord Africa

Accolto il suggerimento del signor Cane  mi sono recato a  Veonegi nel  luogo dove era stata scoperta la necropoli, località  indicatà  dai contadini  " Campo dei Pagani " e come prima persona contattai un certo signor Severin  il quale dopo aver rovistato  dentro  una scatola  da scarpe mi mostrò alcuni reperti che aveva raccolto nel corso di lavori agricoli  tra cui  alcuni frammenti di vasellame  da mensa  , delle  fusaiole,  e    cosa che stimai di grande interesse  che sarà oggetto di un approfondimento in un  prossimo articolo ,  alcuni frammenti  di una marmitta  di pietra ollare proveniente dalle cave della Val d'Aosta.

Reperti che accettai  l'invito di prendere in consegna premurandomi  di inviare  una lettera  raccomandata, di cui  conservo una copia,  alla   Sopraintendenza di Genova e alla stazione dei carabinieri di Dolceacqua portandoli a conosceza di avere avuto  in custodia  frammenti di reperti archeologici  e che,  qual'ora mi fossero stati richiesti , mi sarei reso  disponibile per l'mmediata  consegna. Segnalazione che come era prevedibile non ebbe nessun seguito. 

Reperti archeologici rinvenuti durante  lavori agricoli
Dopo di che, il  signor Severin  mi fece incontrare con un anziano contadino  proprietario del terreno dove erano state  scoperte alcune   tombe  il quale, alla mia richiesta di descrivere le sepolture, mi  disse  che  gli  scheletri  erano posizionati  in giacitura supina con le braccia distese allineate al corpo dentro  fosse ricoperte  da lastre di aenaria. Scheletri che a contatto dell'aria  dopo alcuni minuti si polverizzavano. Circa il corredo funerario composto da  oggetti di ceramica   d'uso quotidiano ,  ritenuto di poco   valore,  mi disse   che andò perduto. 


Una descrizione  di sepolture  a inumazione di persone di estrazione sociale molto povera che in taluni casi , come era in uso in età romana , portavano  in mano   una moneta di bronzo, l'obolo  da dare   alla figura mitologica di Caronte, senza il quale il defunto non avrebbe potuto  raggiungere gli inferi.


 Frammenti di marmitta in pietra ollare e fusaiola (  dischetto
 forato che serviva da peso per la tessitura della lana )
In tale occasione mi fu concesso di  visionare una decina di  monete di bronzo in prevalenza databili al periodo tardo imperiale IV d.C. Datazione delle monete utile   per conoscere     il periodo di abbandono della necropoli   ma che  non  permetteva di  datare il secolo   in cui avvennero le prime sepolture in quanto è risaputo che  la monetazione romana  non  andava   mai fuori corso.

In seguito  una felice  iniziativa delle docenti delle scuole elementari di Isolabona dove avevo tenuto una lezione che aveva avuto per tema la necropoli di Veonegi  , venne elaborato un questionario  da distribuire   agli  alunni delle ultime  classi delle scuole elementari nel quale si chiedeva, con  domande mirate,  di raccogliere tra i  ricordi dei  loro nonni dettagli e informazioni  circa la scoperta della necropoli.
Dalle risposte al questionario  in aggiunta alle informazioni che  avevo già acquisito risultò che tutti i nonni e i genitori degli alunni  erano a conoscenza che distribuite su un'area  circoscritta di  Veonegi, in  periodi alterni, erano state trovate delle  tombe e  delle   monete di bronzo di età romana facenti parte del corredo del defunto che  convalidavano la datazione delle monete che avevo potuto visionare  che coprivano un arco cronologico compreso  tra il I e il  IV  secolo d. C..

Alcune sepolture a inumazione  vennero descritte dentro recinti di lastre di arenaria  infisse nel terreno ma nessuna delle  persone intervistate confermò il   ritrovamento di   una fantomatica  lapide in marmo con iscrizione latina e di tombe del tipo  a capuccina  e a incenerazione come riportato nelle pagine del    libro   ( Marciando sulle Alpi  scritto da Bartolomeo Durante - Gribaudo Editore).

Una  tomba che  farebbe pensare ad una sepoltura di un   milite di origine barbarica  venne messa in luce   con   un corredo purtoppo andato perduto  di vasellame ,  armi  e  armatura .  Due  degli   anziani  intervistati segnalarono  la presenza in alcune tombe di  croci  che sembravano essere in osso e altre in argento. 

Queste ultime sepolture cristiane che cronologicamente   rimandano   al periodo   Medioevale   suggeriscono l'ipotesi  che a distanza di secoli sul luogo ci fu una  continuità insediativa , come è anche probabile  che fossero   inumazioni    da mettere in relazione a  persone decedute mentre percorrevano la mulattiera della Val Nervia che faceva tappa a Veonrgi ,  nuovo percorso della via del sale che si era evoluto nel I secolo d.C  che  univa Albintimilium   al basso Piemonte rimasto attivo fino la tardo Medioevo.

La maggior parte delle persone intervistate  affermarono  che  il Campo dei Pagani dove erano state rinvenute le tombe  era in origine  una zona boschiva  che venne messa a  cultura dai  contadini di Isolabona nel periodo compreso  tra il 1850 e il 1900 mentre altri  datarono  la scoperta delle tombe  a cavallo del 1930- 1950. Le date discordanti trovano giustificazione in quanto  la  messa a cultura   del comprensorio di  Veonegi,  con   fasi alterne   si protrasse per oltre un secolo  dal 1850 al 1950. 
Circa il numero delle tombe i pareri  raccolti non  furono univoci  ma  è   probabilmente che la stima più attendibile si   debba aggirare intorno alle   25-30 unità.  


                                                                                                                 Andrea Eremita

                                    

giovedì 27 ottobre 2011

L' uomo di Similaun. Una scatola nera di 5.200 anni fa che ci permette di fotografare e dare un volto agli antichi abitanti dell'estremo Ponete Ligure vissuti nel tardo Neolitico.

Un giorno di fine settembre del  1991, su  tutti i giornali e televisioni  del mondo rimbalzò la notizia del ritrovamento di una   mummia  preistorica rinvenuta a 3.658 metri di quota  tra i ghiacci del monte Similaun   in Alto Adige.
La mummia in seguito    battezzata    l'uomo di Similaun , venne trovata in perfetto stato di conservazione con l'abbigliamento, le armi  e i suoi oggetti d'uso quotidiano . Un prezioso  regalo per gli studiosi di preistoria   che a permesso di  arricchire di  nuove  pagine   un  importante capitolo del nostro lontano passato.

I  primi esami di  anatomia   con il metodo  del radio  carbono 14  stabilirono che    il corpo  apparteneva ad un uomo adulto alto 160 centimetri di costituzione robusta dal  peso approssimativo di  50 kg.  di una apparente età compresa tra i 40-50 anni   vissuto in un periodo databile  a  5.200 anni fa

A seguito della scoperta ,  in tutto il  mondo scentifico internazionale si aprirono accesi  dibattiti   per cercare di dare una risposta  alle cause che portarono  l'uomo di Similaun  a morire in alta montagna  ai margini di un ghiacciaio.
Per lungo tempo giornali e televisioni  hanno fatto  a gara  per suggerire una soluzione al giallo in seguito risolto  attraverso   nuovi  esami di anatomia  che stabilirono  che la morte  era  da attribuire  alla ferita  provocata da una  punta di freccia penetrata  sotto la scapola  sinistra.

La  senzazionale scoperta archeologica , paragonabilere al ritrovamento di una scatola nera di 5200 anni fa,   fino ad oggi  ci ha fornito  un fiume   inteminabile di notizie di carattere scientifico , sulle  condizioni di vita ,  sul   processo evolutivo   e sul bagaglio  di tecnologie in possesso delle popolazioni vissute nel tardo Neolitico , tra le quali,  un posto di primo è da riservare all'equipaggiamento e all' armamento  indispensabile per vivere  e sopravvivere immersi nella natura  in precarie condizioni di vita.

Informazioni  che ci aiutano anche a fotografare e dare un volto alla popolazione di economia agro-pastorale vissuta nell'estremo Ponente Ligure  durante un periodo  che si colloca   tra il Neolitico Finale e l'età del Bronzo IV- II millennio a.C. , secoli  in cui  è vissuto l'uomo di Similaun.

Una popolazione  , imparentata con la civiltà  Megalitica  che ci ha lasciato sul territorio   decine di menir , tombe a tumulo , altari sacrificali , coppelle , incisioni vulvari e un Cromlech. Scoperte avvenute in tempi recenti  tra i boschi dell'entroterra dallo scrivente e dai  suoi collaboratori, seguendo i dettami di   una antica massima  che recita  così  << Si trova se si  cerca  >>.

Indagini  che si svolgono  nella piena consapevolezza di arrecare  un dispiacere ai baroni e ai baronetti della Sopraintendenza di Genova  che  dall'alto dei loro  scranni , per ragioni personali di bottega, usando l'arma delle intimidazioni e  presentando esposti alla Procura della Repubblica  vorrebbero impedire.
Ricerche  archeologiche di  superfice che  fino ad oggi hanno  conseguito risultati eclatanti contribuendo a ridisegnare la preistoria e protostoria del comprensorio Intemelio senza  gravare   di  un  solo centesimo le  casse delle amministrazioni locali e dello stato.

A compimento delle prime analisi  dell'abbigliamento e dell'armamento dell'uomo di Similaun , risultò in modo del tutto evidente , che ogni  tipo di pelle e di legno  utilizzato per il vestiario e l'equipaggiamento   corrispondeva  per le sue caratteristiche intrinseche,  perfettamente all'  impiego che ne veniva fatto, frutto di esperienze  consolidate maturate   attraverso i millenni.

Il  corpo mummificato portava un copricapo  di pelle d'orso e   vestiva una tunica cucita con  liste di pelle di cervo e di pelliccia  che gli arrivava alle ginocchia. A  partire dai glutei portava  due  gambali cuciti con pelle di capra e che venivano  allacciati alla cintura .

Si proteggeva   dal freddo e dalla pioggia   con un mantello fatto di fibre vegetali  che agevolava i movimenti e ai piedi  aveva  delle calzature di corda intrecciata inbottite di  paglia  che serviva da isolante .  Portava   con se una gerla ottenuta dalla corteccia di  legno di betulla   che conteneva al suo interno uno strato di foglie di acero appena raccolte  che servivano per isolare la brace   che utilizzava per accendere il fuoco.

Dentro un  marsupio di  cuoio di vitello  custodiva  , una lesina di tarso molto appuntita che serviva per operazioni di cucito, un raschiatoio in selce multiuso,  una sorta di trapano in selce che da un lato serviva da pialla e dalla parte appuntita per realizzare piccoli fori  e delle esche per accendere il fuoco.
L'armamento era composto da un arco non ancora completato  della lunghezza di 182 centimetri  di legno di tasso che si caratterizza  per essere  molto resistente e  flessibile. Un'arma  formidabile capace di colpire con molta precisione   ad una  distanza di 80-100  metri usata da tutti gli eserciti  fino al tardo medioevo   caduta in  disuso a seguito dell'invenzione delle armi da fuoco.

All'interno di una faretra di pelle custodiva  14  frecce  di cui solo due erano  pronte per l'utilizzo  con  alette  di piume direzionali  e la  punta in selce a forma di foglia , dei tendini di animali, una punta multiuso  ricavata dalle corna di cervo , una stringa di rafia , un minuscolo bastoncino con all'interno una scheggia a di corno di cervo che serviva per rifinire gli strumenti in selce.  Alla cintola dentro un fodero intrecciato di fibre vegetali portava un pugnale in selce della lunghezza di 13 centimetri  con il manico di legno di frassino.

Completava  l'armamento un'ascia di  rame , con l'immanicatura a gomito  di legno di tasso lunga 60 centimetri  a quel tempo  un'arma preziosissima che stranamente , non essendo stata trafugata  dal suo agressore o agressori , lascia le porte aperte  a nuovi interrogativi. Le cuspidi di freccia e l'ascia di rame erano saldamente unite al legno tramite un avvolgimento di tendini di animali ricoperto da un'adesivo ottenuto con  del  catrame di betulla.   

                                                                                      Andrea Eremita

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